La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale (2018) di Davide Sisto – Recensione del libro

La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale (2018) di Davide Sisto – Recensione del libro

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La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale (2018) di Davide Sisto – Recensione del libro

La morte si fa social: morte digitale, come scompariamo sui social? Molto prima della rivoluzione digitale, di film come Matrix e di serie tv come Black Mirror, anche i filosofi si sono interrogati sulla gestione della nostra identità di fronte alla possibilità della nostra scomparsa.

Una quarantina di anni fa, quindi molto prima della rivoluzione digitale, il filosofo della mente Daniel Dennett proponeva un curioso esperimento mentale, per offrire l’occasione di riflettere su quanto la nostra identità coincida o meno con la nostra memoria, cioè con le informazioni che sono state immagazzinate dal nostro cervello (o dalla nostra anima, o dal nostro hardware, a seconda dei punti di vista).

La morte si fa social: l’esperimento di Dennett

Chi leggeva doveva immaginare di trovarsi solo (o sola) su Marte in una situazione nella quale, per il guasto dell’astronave, non sarebbe stato possibile in nessun caso tornare sulla Terra. O quasi in nessun caso. Così Dennett presentava lo scenario:

Forse però una speranza c’è: nella sezione di trasmissione del veicolo immobilizzato trovi un Teleclone modello IV con le istruzioni per l’uso. Se accendi il televettore, ne sintonizzi il raggio sul ricevitore Teleclone che è sulla Terra ed entri nella cabina di trasmissione, esso, rapido e indolore, smonterà il tuo corpo, lo copierà molecola per molecola e trasmetterà la copia sulla Terra; qui il ricevitore, con i suoi serbatoi ben forniti degli atomi necessari, quasi all’istante, in base alle istruzioni trasmesse, genererà… te! (Dennett, 1981, p. 15)

Il risultato del trasferimento sarebbe stato una persona assolutamente indistinguibile dall’originale, che avrebbe potuto interagire con i propri amici e parenti raccontando le “proprie” avventure proprio come fosse reduce da un puro e semplice ritorno fisico via astronave. Dennett invitava a riflettere sull’identità dell’Io trasferito sulla Terra, frutto della morte del corpo e del sacrificio della persona originale in favore della possibilità di non essere definitivamente perduta per i propri cari. In qualche modo, del resto, la permanenza totale della memoria, del corpo, della personalità avrebbe reso la copia talmente indistinguibile dall’originale da lasciarla (la copia) pensare di essere realmente la persona clonata. E in un certo senso è possibile convincersi che questa identificazione sia legittima. Salvo, meditava Dennett, fino all’invenzione del Teleclone modello V, che avrebbe potuto eseguire la copia senza danneggiare l’originale. In questo caso i due Io avrebbero condiviso la vita fino al momento della duplicazione, ma avrebbero immediatamente cominciato a distinguersi, acquisendo esperienze differenti.

Black Mirror: dopo Dennett, continuiamo a fantasticare sulla nostra identità

Simili esperimenti mentali sono ormai in qualche modo familiari anche a chi non frequenti la filosofia della mente, grazie al successo universale prima della fantascienza cyber-punk, inaugurata da libri come Neuromancer di Alexander Gibson; ma poi soprattutto da film e serie televisive, da Matrix e Strange days fino al vero e proprio caso di Black Mirror. L’idea che l’identità (soprattutto di una persona morta o a rischio di morte) possa essere copiata e possa interagire con altri in un ambiente virtuale o reale fa parte ormai quasi dei luoghi comuni delle sceneggiature a carattere distopico ed è entrata nell’immaginario collettivo.

Di fatto, la progressiva digitalizzazione del nostro mondo rende questo futuro molto più palpabile e vicino di quanto possiamo ritenere di primo acchito. Se la nostra memoria è una parte così sostanziale della nostra identità, l’esistenza di supporti informatici che conservino una parte rilevante dei nostri ricordi rende possibile, da una parte, un’esistenza parallela nella rete: la nostra presenza nei social costruisce una sorta di alter ego, sufficientemente concreto da rendere, per esempio, possibile il furto di identità (una volta che un profilo sia stato hackerato, anche un conoscente stretto può scambiare il ladro per l’originale). D’altra parte, si rende possibile anche una sopravvivenza digitale, che può avere effetti significativi, anche paradossali, sul mondo circostante.

La morte si fa social di Davide Sisto

Il libro La morte si fa social di Davide Sisto esamina le conseguenze che ha sulla cultura della morte la “quarta rivoluzione” (Floridi, 2014), cioè la creazione della cosiddetta infosfera. La morte si fa social ha l’indubbio merito di svolgere il tema tanto sul piano informativo (come esame dell’emergere di nuovi fenomeni); quanto dal punto filosofico (come riflessione sui problemi aperti da tali fenomeni sul tema della morte e su quello correlato della death education).

Il giovane tanatologo parte dalla constatazione che la nostra società ha da molto tempo un rapporto molto difficile con la morte, che in genere viene attivamente cancellata dalle nostre esistenze come un problema non reale. Quando la morte colpisce gli altri viene affrontata con sorpresa, come se non costituisse una possibilità sempre presente nella nostra vita; viene diluita dai neologismi, come succede allorché si dice, per esempio, che qualcuno è stato “stroncato da un male incurabile” (l’espressione “morto di tumore” sarebbe accolta con profondo disagio in una conversazione tra persone cosiddette educate). Paradossalmente, in effetti, si potrebbe osservare che anche i pensatori che hanno tematizzato la questione della mortalità negli ultimi due secoli (gli irrazionalisti come Schopenhauer e Kierkegaard nell’Ottocento e gli esistenzialisti come Heidegger e Sartre nel Novecento) hanno in fondo più esorcizzato la questione della morte che tematizzato il suo significato. Perfino l’identificazione heideggeriana dell’essere umano come “essere-per-la-morte” (Heidegger, 1927) costituisce in fondo – più che una riflessione sulla morte come tale – una premessa per rifondare su nuove basi l’ontologia, cioè l’analisi del significato dell’Essere.

L’esistenza di una vita digitale, accanto a quella fisica, apre scenari nuovi perché si accompagna alla certezza di una morte digitale che non coincide con quella reale.

Il problema filosofico fondamentale implicito nella Digital Death è, quindi, nel ritorno perentorio della morte nel mondo dei vivi: ogni volta che termina un’esistenza psicofisica, unica e mai ripetibile, la sua vita digitale continua a essere attiva in innumerevoli formati e per un tempo incalcolabile (Sisto, 2018, p. 30).

La morte si fa social: ma non è uguale su tutti i social network

NETWORK CLINICA

“Spettri digitali” si aggirano sul web: se è stato calcolato che sono stati aperti due miliardi di utenze Facebook, dalla sua creazione, si stima anche che cinquanta milioni dei relativi intestatari siano nel frattempo deceduti, nota Sisto nel libro La morte si fa social. Il destino dei loro account costituisce una questione affrontata solo recentemente: una rassegna delle politiche seguite dai diversi social network si trova alle pp. 100-104 del libro e offre di per sé spunti di riflessione. Il team di Facebook, per esempio, quando ha la certezza del decesso, trasforma il profilo in “pagina celebrativa”: la home reciterà “in memoria di X”, e verrà impedita la possibilità di postare a nome del titolare. Twitter blocca completamente l’account. In generale, le scelte assai differenti testimoniano di come il problema sia delicato e complesso.

In assenza di una decisione presa in anticipo dall’utente, comunque, cioè di un “testamento digitale”, è difficile valutare in astratto quale debba essere il destino di un account dopo la morte del suo titolare. L’atteggiamento dei parenti e degli amici può variare. C’è chi preferisce eliminare il profilo dalle proprie amicizie ma anche chi continua a interagire con la pagina come se il titolare fosse ancora vivo (e quindi non gradisce la trasformazione dell’account in pagina celebrativa). Fino ad arrivare al caso limite, citato da Sisto, della madre di un ragazzo defunto che postò per mesi ogni giorno sul suo profilo nuovi contenuti, come se fosse lo stesso ragazzo a farlo, cioè attraverso una completa identificazione con lui.

Sisto osserva opportunamente che ciò che a uno sguardo superficiale potrebbe sembrare solo la fonte di azioni singolari (se non nevrotiche), costituisce invece anche una grande opportunità. I social network possono cambiare il nostro rapporto con la morte, modificando i termini del “diritto alla sopravvivenza”. Proprio la quantità di “memoria” che viene progressivamente immagazzinata nella rete rende possibile mantenere in vita, se non la personalità di ognuno, almeno una sua immagine digitale sufficientemente fedele da offrire conforto per la perdita. Ormai non appare più impossibile il cosiddetto mind-uploading:

il processo che permette di creare una copia perfetta del cervello la quale, caricata su supporti elettronici, eviterà il deperimento organico del corpo (Sisto, 2018, p. 39).

La morte si fa social: molti gli aspetti da definire

Le possibilità offerte dai nuovi mezzi ai fini delle scelte in merito alla sopravvivenza e all’oblio dei dati sono comunque già talmente complesse da lasciar prevedere qualcuno che una professione in procinto di diffondersi potrebbe essere quella del digital death manager (tradotto in italiano nel ben più crudo “becchino virtuale”). Se infatti il “diritto alla sopravvivenza” costituisce un tema di grande interesse, non meno fondamentale può apparire l’opposto “diritto all’oblio”, cioè la possibilità di decidere di vedere dimenticata la propria storia, o almeno quella parte di essa che si voglia cancellare (o, più facilmente nella rete “de-indicizzare”, ovvero sganciate dalla possibilità di essere scovate da un motore di ricerca).

Più o meno nella stessa epoca in cui Dennett ragionava sul Teleclone, Norbert Elias scriveva:

Una delle carenze delle società avanzate si palesa nell’isolamento prematuro – anche se non deliberato – cui sono condannati i morenti. Questo isolamento testimonia quanto siano limitate le capacità degli individui di identificarsi gli uni con gli altri (Elias, 1982, p. 20).

Il fenomeno della diffusione dei social network ha sicuramente cambiato lo scenario. Il mondo iper-connesso offre al morente la possibilità di non essere confinato in uno spazio solitario. Se questo però coincida anche con una maggiore empatia collettiva è un problema che meriterebbe ulteriore approfondita riflessione, questa volta anche da parte degli psicologi.

Eleanore

Eleanore

Main curator on Digitaldeathguide. Supported by a bot. Some articles may need to be weeded, don't hesitate to tell me !